Dopo aver affrontato alcune letture che mi hanno scavato profondamente e da cui ancora fatico a staccarmi per la quantità di emozioni suscitate, ho avuto bisogno di affrontare qualcosa che potesse farmi sentire semplicemente bene. La riedizione della saga dei Moomin (Mumin in italiano), in occasione degli ottant’anni dalla prima apparizione, è stata l’occasione per riprendere e approfondire la conoscenza dei troll finlandesi e della loro valle.
Una domanda postami da un’amica mi ha poi indotto a indulgere nel rimuginio sul perché ami particolarmente i personaggi di Tove Jansson.
La domanda era, per me, spiazzante “qual è il tuo personaggio preferito?” Non sono stata in grado di rispondere, probabilmente per la mia tendenza a non voler mai scegliere, incapace di stilare questo genere di classifiche, forse per non mortificare chi rimane escluso dal podio, reale o immaginario che egli sia. Potrei raccontare che, sapendo cosa significa non essere scelta, inconsciamente decido di non fare agli altri ciò che ha ferito me, ma non sono certa che sia questo il motivo. Forse, nel caso dei Mumin è semplicemente il fatto che ognuno di loro ha un aspetto della propria personalità che mi intenerisce. Pur essendo libri per bambini, l’autrice delinea molto nitidamente caratteri e situazioni. Anche l’insopportabile Piccola Mi, dal cuore duro, manifesta tratti in cui riesco a identificarmi.
Forse sono di parte, amo moltissimo Jansson e, come ho scritto più volte, a lei devo anche il nome del profilo Instagram (e poi del primo blog “viaggioleggera”), nato nel 2014 quando la leggerezza era un miraggio irraggiungibile. Ma, nonostante il grande amore per l’autrice, credo di essere obiettiva quando scrivo che i Moomin e i loro amici hanno una profondità tale da essere una lettura piacevolissima anche per gli adulti. Il racconto de “La Filifiocca che credeva nelle catastrofi” in poco più di venti pagine delinea una figura di un qualcuno che tutti noi conosciamo, della fragilità, delle paure, forse anche delle ossessioni e della libertà che scaturisce dall’averle superate. Piccoli capolavori lasciati quasi per caso tra le pagine, in attesa di essere trovati.
Deliziosi anche i disegni che appaiono qua e là a supportare le parole, mi piace immaginare l’autrice intenta a guidare il lettore, rendendo visivamente quello che a volte la fantasia non riesce ad astrarre dallo scritto, ridacchiando, consapevole che solo gli adulti hanno bisogno di questo aiuto.
P.S. alla mia bellissima amica rispondo che trovo adorabili tutti i personaggi, ma, se proprio dovessi manifestare una leggera preferenza, sarei indecisa tra Tabacco, per la sua indipendenza, la lealtà e la delicatezza dei sentimenti che mostra in ogni storia e Mamma Mumin, così piena di amore ma anche con la saggezza di saper lasciare andare chi ama, incoraggiando a essere indipendenti. Credo che non esista amore più grande di chi, salutandoti, ti dice semplicemente “tornate a casa domenica, che abbiamo per cena il budino di fiori di prato.”
