Mi sono lasciata sedurre dalle sirene della rete, una debolezza che mi ha offerto lo spunto per soffermarmi sulle varie sfaccettature del virtuale e sul come si sta riverberando ormai da 15 anni sulla quotidianità. Prima una premessa: per quanto abbia cercato di ridurre l’utilizzo dei social, capita che, per noia, finisca con l’indugiare più del dovuto su immagini e video che scorrono velocemente sullo schermo. Ho quindi ascoltato la recensione, peraltro molto carina e garbata, di un noto influencer di libri che magnificava un romanzo, scritto nei primi anni 2000, da un autore norvegese. Poi, per effetto dell’efficienza dell’algoritmo, mi è capitata una serie di post con foto della copertina del romanzo con brevi commenti positivi. Uno sconto dell’editore del 20% ha infine fatto crollare le ultime reticenze: 8 euro non è un investimento proibitivo, soprattutto per un libro.
Straordinariamente, invece di andare a ingrossare la pila dei testi in attesa, forse perché sono meno inscalfibile dai condizionamenti altrui di quanto ritenessi e anche perché l’edizione economica e la mole più contenuta rispetto agli altri libri in lista, lo rendevano giusto da mettere in borsa per un weekend fuori porta, la lettura è iniziata subito e, in nemmeno due giorni, il racconto è scivolato via. Con sentimenti contrastanti. Pur riconoscendo all’autore una grande abilità narrativa, non ho provato il coinvolgimento e il pathos che il giovane recensore e i suoi commentatori evidenziavano. E ho capito che l’età gioca un ruolo importante anche nella scelta dei testi da leggere, quello che emoziona e colpisce, ma anche ciò che annoia e respinge, cambia con l’avvicendarsi delle stagioni della vita. In effetti, guardando i volumi che ho raccolto in questi anni, al netto di quelli lasciati in giro durante i traslochi, posso affermare che c’è stato un profondo mutamento nelle preferenze. Non credo si possa parlare di evoluzione, perché prevede un’accezione qualitativa che non ritengo esserci, piuttosto, banalmente, la somma delle esperienze vissute fa sì che certi temi non risuonino più come quando l’animo era più leggero, non appesantito dai gravami dei giorni che si accumulano con le loro criticità. Non solo non ho versato i fiumi di lacrime a cui accennava il recensore, ma non mi ha toccato nemmeno un’ombra di commozione, non riuscendo a empatizzare col protagonista e col suo stupore per la vita. Nonostante temi tutt’altro che banali, non ho avvertito il desiderio di rileggere passaggi o di appuntare frasi. La trama è interessante, un adolescente trova una lettera scritta e nascosta dal padre, scomparso dodici anni prima e, leggendola, riesce ad annodare alcuni fili che la prematura dipartita del genitore hanno lasciati sospesi. Il papà, medico, consapevole della gravità della malattia che lo ha colpito, soffre al pensiero di separarsi da un figlio piccolissimo, escogita quindi il modo per comunicare con lui a distanza di anni, per ragionare assieme, tramite una lunga lettera, sul senso della vita e su ciò che sembra essere la sua negazione.
Riconosco che le pagine trabocchino di emozioni. Ma non sono riuscita a lasciarmi coinvolgere, a farmi avvincere. Sono stata felice di aver conosciuto questa opera, di un autore divenuto molto famoso negli anni Novanta del secolo scorso e di cui avevo perso le tracce, soprattutto perché mi ha fatto capire molto della me lettrice, un tempo in cerca di emozioni, di struggimento, di storie di amori e passioni folli e oggi attratta dai romanzi storici, dalle biografie, dal concreto. Si cambia continuamente. Non necessariamente in meglio o in peggio. Semplicemente si esplorano nuovi interessi, maggiormente in linea con le esperienze fatte. Continuerò ad ascoltare i contributi dei giovani creatori di contenuti, per scoprire o riscoprire letture interessanti, ricordandomi, tuttavia, di non essere strettamente in target.
È sempre molto piacevole leggerti
Grazie!
Di recente mi è stato detto che la mia professione è inutile perché la gente non legge. Non ho risposto, sono ancora convinta che chi fa certe affermazioni, applichi un metro di giudizio falsato dalla propria scarsa propensione alla comprensione dei testi.