Durante i giorni di ferie approfitto per recuperare le letture che si accumulano ovunque, in giro per casa. Confesso di comprare molti più libri di quelli che posso effettivamente leggere nel tempo libero, sentendomi spesso in colpa dopo l’acquisto. Eppure è più forte di me, entrare in libreria e uscire senza nemmeno un volume richiede una forza di volontà che non mi appartiene. L’ultimo libro letto colma una gravissima lacuna, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi era stato solo sfiorato negli anni della scuola, avendone letti solo alcuni passi, che, evidentemente allora non avevano acceso la mia curiosità.
Da adulta ho scoperto una storia coinvolgente, che restituisce frammenti di un’Italia in balia di un regime in cui bastava un sospetto per essere inviati al confino in terre remote e aspre, in cui la malaria consumava i più poveri, i contadini sopravvivevano fra gli stenti e magia e religione coesistevano in uno strano binomio. Gagliano, terra senza conforto, è il paese che ospita Levi, trascinandolo in un mondo al di là della giustizia, in cui persistono rigurgiti di diritti nobiliari e dello spirito del brigantaggio. Dalle pagine trasudano l’immobilismo di governanti, arroganti coi deboli e asserviti al potere, la polvere della terra riarsa e ostile, la fatica bestiale dei più umili e il loro senso di accettazione della sconfitta. Uomini e donne che non cercano nemmeno più un riscatto, subendo passivamente ogni avversità del destino, come animali da soma. L’arrivo di un medico, artista per di più, finisce in poco tempo per incrinare questo tempo cristallizzato, i contadini si fidano del nuovo venuto, mentre il Podestà, che è anche il maestro di scuola, gli riconosce lo status di uomo di cultura, con cui può confrontarsi.
Un mondo arcaico raccontato con uno stile che non risente degli ottant’anni trascorsi dalla prima pubblicazione, anzi, sono tante le frasi che vorrei ricordare per la loro efficacia nel tratteggiare le situazioni, come per esempio l’acquiescenza dei contadini sulla guerra di Abissinia, voluta da quelli di Roma e fatta fare a loro, “vivere qui come cani o morire laggiù come cani è la stessa cosa”. La durezza del paesaggio, immutabile nonostante l’alternarsi delle stagioni, che si estende a chi lo vive “nulla cambiava nel paesaggio: le argille si stendevano grigie tutto attorno, come sempre: qualcosa mancava, la vita stessa dell’anno; e il senso di questa mancanza riempiva il cuore di tristezza.”
Eppure, pagina dopo pagina, Levi viene avvinto da questo luogo così diverso dal suo Piemonte in cui ritorna brevemente per il funerale di un parente stretto “Mi pareva che una parte di me fosse ormai estranea a quel mondo d’interessi, dí ambizioni, dí attività e di speranza; quella loro vita non era più la mia, e non mi toccava il cuore.” Graziato dopo la presa di Addis Abeba, l’autore lascia malinconicamente il paese del confino e soprattutto la sua gente, salutando persino le capre, i monachicchi e gli spiriti promettendo di tornare. Promessa che manterrà dopo la morte, scegliendo di essere sepolto proprio ad Aliano (Gagliano nel testo), dove ancora oggi riposa.
Forse, oltre alla bellezza del testo e alle indiscutibili qualità dell’autore, ciò che mi rende particolarmente caro questo volume che, pur terminato, da due settimane continuo a sfogliare è la consapevolezza che dopo ogni esperienza si esce cambiati,. L’incontro e il confronto, anche con chi è profondamente diverso, non può lasciare indifferente chi ha una sensibilità e un animo attento, un insegnamento prezioso in questi tempi cupi in cui ci si guarda con sospetto, pronti a scontrarsi su ogni questione, persino la più banale. Corsi e ricorsi storici: si tendono a dimenticare l’umanità e la comune appartenenza, in nome di presunti propri diritti, che sistematicamente si negano al prossimo.
