Provo fastidio.
Un disagio che non accenna a passare e quindi tento di depositarlo su carta, nella speranza che il peso si attenui. Ieri pomeriggio, in una caldissima giornata estiva, camminavo da sola lungo un viale alberato deserto. Qualche auto, ma nessun pedone, nessuno nemmeno alle finestre, il caldo umido porta a sigillarsi in luoghi chiusi e raffreddati dal condizionatore. Strade che percorro sin da quando ero piccola, sono le zone in cui sono cresciuta, fra casa, scuole, dalle elementari alle superiori, e oratorio, tutto a distanza di nemmeno 500 metri.
Eppure ieri qualcosa ha reso scomodi i miei luoghi, un episodio banalissimo probabilmente. Un’auto che rallenta e si accosta e mi accompagna per un po’, io che cambio direzione, l’auto che fa inversione per seguirmi ancora e il guidatore che prova ad attaccare bottone.
Niente di che.
Anzi, qualcuno potrebbe anche sostenere che debba ritenermi soddisfatta, a cinquant’anni compiuti riesco ancora ad attirare l’attenzione di qualche estimatore. Oppure sostenere che sono esagerata, che vuoi che sia uno che ti segue per un po’ in auto, mentre a piedi stai camminando per un viale deserto. Ma non è così, mi sono sentita insicura, mi sono sentita oggetto e infastidita. Perché camminando per i fatto miei, qualcuno si è sentito in diritto dí seguirmi e insistere, addirittura facendo inversione e cambiando la propria direzione, per seguire me, una perfetta sconosciuta.
E mi sono ricordata di un episodio simile, accaduto quando avevo forse 11 o 12 anni; un sabato pomeriggio, andando a catechismo, finalmente da sola e fiera della fiducia accordatami dai miei genitori, due tizi in un’auto di passaggio mi hanno apostrofato, con qualche volgarità che nemmeno più ricordo, vedendomi per strada, mentre disciplinatamente attendevo il verde al semaforo. E l’umiliazione, la rabbia, l’imbarazzo e l’impotenza provate allora, sono tornate prepotentemente a farsi sentire. Per anni ho smesso di muovermi a piedi da sola, se non ero con gli amici, prendevo la bici di mio padre, che per usucapione è ancora mia, per sentirmi meno vulnerabile.
Poi me ne sono semplicemente scordata. Fino a quando un altro uomo ha ritenuto normale abbordare una sconosciuta per strada. Ora, non comprendo come un essere umano possa ritenere un metodo di conquista valido tale approccio, quindi che cos’è? Sfogo dí testosterone in eccesso?
Semplice superficialità? Sentirsi superiore e quindi in diritto di entrare a gamba tesa nella quotidianità di chiunque “perché mi sento un tronista di uomini e donne”? Non lo so.
Resta che quella bambina, che si è spaventata tanti anni fa, è rimasta delusa dalla donna di oggi, che non è riuscita a fare altro che ignorare il tizio e cambiare strada, sfruttando il traffico per nascondersi in un androne di un palazzo. Sono arrabbiata. Offesa. Delusa e umiliata e anche un po’ sconfitta. Me ne dimenticherò ancora, certo. Ma intanto la bici è di nuovo lì a cambiare la mia routine, per colpa di un bulletto, a caccia di una risata da farsi al bar con gli amici di bevute.