Andare per musei è, per me, un’esperienza personale, intima. Per quanto riconosca che avere l’opportunità di essere guidati nel percorso di visita sia un arricchimento culturale enorme, spesso ho bisogno di vedere le opere in solitudine, per lasciare fluire emozioni e pensieri, senza argini. Chi conduce alla scoperta dell’arte rende fruibile al visitatore una sintesi del proprio sapere, fatto di anni di studio, di passione e di proprie inclinazioni, preferenze, gusti. Una sorta di faro che illumina alcuni punti, lasciandone necessariamente in ombra altri. Certo, sarebbe impossibile, di fronte a esposizioni monumentali, raccontare ogni singola opera, ne convengo. Ma proprio per questo capita che non abbia voglia di farmi accompagnare, preferendo buttarmi in solitudine nel mio viaggio, appuntando le parti da approfondire e i dubbi da chiarire successivamente, ma senza l’ausilio dello sguardo altrui.
Immagino di essere l’incubo di ogni curatore di mostre, che allestisce il percorso espositivo con una visione ben definita e che io rischio di perdere totalmente. Eppure ho scoperto che perdermi è il modo migliore di ritrovarmi, sicché, pur avendo massimo rispetto per chi svolge questo compito divulgando bellezza, ignoro l’offerta. Ho bisogno di silenzio, di scegliere i miei tempi, di prediligere un’opera che mi parla, rispetto al capolavoro su cui si sofferma diffusamente la guida. Sono lenta, terribilmente lenta, nel visitare alcune sale, perdendomi nelle mie impressioni.
E a proposito di sensazioni, capita sempre più di frequente che, oltre alle opere esposte, sia il pubblico ad attirare i miei pensieri. La crescita di fruitori dell’arte è un dato certamente positivo, meno la presenza di una selva di cellulari tra cui cercare di cogliere qualche dettaglio delle opere più note. Il selfie con l’autoritratto di Van Gogh o il fissare su pixel la Gioconda, sono ormai un must a cui non ci si può sottrarre.
Siamo cacciatori di bellezza, o collezionisti di emozioni preconfezionate?
È una domanda che mi sono posta cercando, senza successo, di osservare da vicino le mani nodose delle figure dipinte ne “i mangiatori di patate”, ma non ho risposte. Potrei scagliarmi contro il mainstream che porta ad assieparsi solo di fronte alle opere più note, ma continuo a pensare che provare turbamento di fronte a un quadro o a una scultura sia un potente antidoto alla superficialità che sta prendendo il sopravvento in questo folle mondo. Anche se è finalizzato a un post di Instagram, guardare la bellezza educa lo sguardo, seppur magari solo per un secondo, si è toccati dalla commozione per la sensibilità e il travaglio di un pittore vissuto di stenti e, solo dopo morto, assurto agli onori del grande pubblico e della critica. E si cambia. Una goccia di bello alla volta, per contaminarsi e avvertire che c’è qualcosa di più di un cuore sui social.

È per questo che condivido su Ig quando vado alle mostre: più persone dovrebbero osservare certe foto, certi dipinti, opere d’arte in generale, anche solo su uno schermo del telefono. Sia mai che smuova qualcosa. E comunque anch’io non sopporto spiegazioni, mi piace cogliere ciò che arriva. Poi magari arrivo a casa e cerco approfondimenti per curiosità. Grazie di questo post.
Concordo, condividere bellezza è un buon antidoto contro i tempi bui.
Grazie a te per essere passata di qua!