Ogni volta che si avvicina un appuntamento elettorale, il pensiero va a Italo Calvino e al suo breve romanzo “La giornata d’uno scrutatore”. Poco più di settanta pagine racchiudono la giornata di Amerigo Ormea, scrutatore alle elezioni del 1953, in un seggio elettorale all’interno del famoso Cottolengo di Torino. Una giornata vissuta attraverso i pensieri dell’uomo, iscritto a un partito di sinistra in un periodo storico in cui le passioni politiche erano forti. Eppure, le pagine restituiscono riflessioni di estrema attualità, “era il senso primo delle parole e delle istituzioni che andava rimesso in discussione, per stabilire il diritto della persona più indifesa a non essere usata come strumento, come oggetto” è un’affermazione che risuona forte anche oggi.
Certo le percentuali attuali rivelano la disaffezione dell’elettorato, il voto non viene più vissuto come dovere civico, ma, lo scontro politico è ancora polarizzato su due fronti principali, che paiono inconciliabili. Il protagonista condivide la giornata con il presidente del seggio, definito mite e piagnucoloso e altri scrutatori, tra cui due donne, che suscitano stupore in Amerigo “Chi l’avrebbe detto che da così pochi anni le donne avevano i diritti civili? Sembrava non avessero mai fatto altro, di madre in figlia, che preparare le elezioni.” Di fronte a loro il flusso dei votanti, ricoverati dell’Istituto e religiosi, “un’Italia nascosta che sfilava per quella sala, il rovescio di quella che si sfoggia al sole […]”.
Davvero non comprendo i detrattori di Calvino, quelli che sostengono che sia sopravvalutato, ho difficoltà a immaginare pagine più intense di quelle che ha regalato nel corso della sua poderosa produzione e che non mancano nemmeno in questo breve volume: toccante la riflessione del protagonista sulla disabilità “cos’abbiamo noi più di loro? […] poca cosa, rispetto al molto che né noi né loro si riesce a fare e a sapere… poca cosa per la presunzione di costruire noi la nostra storia…” E ancora “Costretto per un giorno della sua vita a tener conto di quanto è estesa quella che viene detta la miseria della natura […] sentiva aprirsi sotto ai suoi piedi la vanità del tutto.”
E come non citare la bellezza dell’osservazione sui ritratti delle monache, sulle carte d’identità rinnovate proprio per esercitare il diritto di voto, “posavano di fronte all’obiettivo come se il volto non appartenesse più a loro; e a quel modo riusciva perfetto.” Dimenticarsi di sé e allora la fotografia registra la pace interiore e la beatitudine, un’immagine che ho trovato struggente. Probabilmente perché, a differenza dei raffinati detrattori, sono una persona dai gusti semplici, che si emoziona ancora, dopo tanti anni e molteplici riletture, per le pagine di Marcovaldo, amatissimo in quarta elementare, quando la maestra lo adottò come libro dell’anno da cui si dipanavano le altre attività didattiche. O, più realisticamente, perché Calvino è un autore meraviglioso, che ha seminato bellezza e, al contempo, non ha risparmiato critiche ai protagonisti del suo tempo e si sa, quando si sceglie di prendere posizione, si finisce sempre con l’aver contro chi la pensa diversamente.
È il grande dono della democrazia: poter esprimere il proprio parere, anche se discordante, anche attraverso una croce su una scheda elettorale. Quindi perché non farlo?
