Mi sono spesso chiesta quanto vivere in mezzo alla grettezza, allo squallore, alla meschinità possa corrodere, quanto possa sottrarre energia e voglia di vivere a chi ha cuore. A un certo punto qualcosa si spezza e, non riuscendo più ad andare avanti, si ha bisogno di cambiare orizzonte, di cercare una nuova direzione. Questo pensiero ha fatto capolino anche durante la mostra dedicata a Letizia Battaglia vista ai Musei San Domenico di Forlì. Una fotoreporter che, per quasi vent’anni, ha fissato sulla pellicola l’orrore delle vittime della violenza della mafia. Sangue, corpi privi di vita, congelati nell’ultima azione compiuta, uomini, donne, ragazzini che la fotografa ha osservato attraverso la lente dell’obiettivo, per portare in redazione la testimonianza dell’accaduto. Un lavoro difficile, faticoso, spesso pericoloso. La consapevolezza di essere nel mirino perché in prima linea a denunciare il male, con la forza delle immagini, squarciando il velo di omertà di cui l’illegalità si fa scudo. Le immagini della violenza chiedono non solo giustizia, ma anche che le brave persone si indignino, si ribellino alla guerra fratricida che si combatte, in quegli anni, fra i vicoli di Palermo.
La cronaca che si intreccia con la vita di una donna approdata alla fotografia per caso, da adulta, dopo aver bruciato le tappe, moglie e madre giovanissima alla ricerca di una libertà solo sognata. Una seconda vita che inizia a quasi quarant’anni e che la porta a vivere una intensa storia d’amore e odio con la sua città d’origine, tra rabbia, paura, dolore e voglia di riscatto per questa terra tanto bella quanto difficile. Un archivio fotografico che testimonia la storia italiana di quegli anni, terribili, di cui ho ben nitide nella mente la visione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio e della sensazione di smarrimento provata di fronte alla tv. Lo scatto di Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto dalla Chiesa non è solo un’immagine, ma una macchina del tempo che innesca una serie di ricordi e, allo stesso tempo, un monito: la lotta per il potere non conosce riposo. Ritratti che non possono lasciare indifferenti, commuovono e rinnovano emozioni provate quando ero ancora una adolescente: le pagine dei giornali, i servizi televisivi di quell’epoca e l’idea che quella regione, geograficamente lontana da me, fosse ancora più lontana per come veniva bistrattata.
Le ombre della corruzione, dell’interesse economico e del potere che coprono tutto e non si fermano di fronte a nulla, nemmeno a un bambino. Le fotografie di Letizia Battaglia sono pugni allo stomaco, ma sono cronaca, nessun orpello, nessun elemento superfluo, la cruda realtà. Di fronte a tutto questo, è inevitabile domandarsi quanto l’orrore l’abbia ferita, una persona sensibile, attenta alla malattia mentale e al bisogno dei malati di essere visti, riconosciuti, trattati come persone e non come casi umani. Una donna che abbraccia l’impegno politico per cambiare le cose, scontrandosi con la realtà fatta di decisioni prese altrove, una politica distante dalla gente che la delude profondamente e la riporta alla fotografia, con l’idea di diffondere il bello attraverso l’arte, l’educazione dello sguardo e la cultura. Una figura eccezionale, che ha scritto “non mi sono mai sentita fiera di me, ho sempre visto errori nelle mie fotografie e pensato che potessi fare meglio.” (Mi prendo il mondo ovunque sia, di Letizia Battaglia e Sabrina Pisu), evidenziando un’inquietudine e una tensione alla perfezione che è solo dei più grandi.
La simbiosi con la macchina fotografica non si è affievolita neppure quando il peso del dolore è diventato insostenibile, rendendo necessario lasciare andare tutto quello che aveva documentato e concentrandosi su nuovi progetti. Fra i tanti, il Centro Internazionale di Fotografia di Palermo voluto con determinazione per “scoprire e sostenere i buoni fotografi”, un progetto inseguito per anni e diretto dalla fotografa, dall’inaugurazione nel 2017 sino alla sua scomparsa, e che, oggi, fatica a conservare l’identità immaginata dalla sua ideatrice.
