Un recente cambio nell’orario di lavoro mi ha concesso di silenziare, dopo vent’anni, la sveglia nel weekend. Decidere di alzarsi alla solita ora, di sabato, per prendere un treno, sfidando la stanchezza, implica una motivazione molto forte. Tipo una conferenza sulla fotografia tenuta da Michele Smargiassi al Modernissimo di Bologna.
La ripresa del ciclo di incontri non poteva debuttare meglio, la protagonista dell’approfondimento era Tina Modotti, personaggio affascinante e artista poliedrica, nonostante il termine artista le fosse inviso. Dopo aver visto alcune fotografie alla mostra “Essere umane. Le grandi fotografe raccontano il mondo”, ho ammirato i suoi scatti nell’ambito della ricchissima esposizione “Tina Modotti, l’opera” lo scorso gennaio a Rovigo, a Palazzo Roverella e che ora è possibile visitare a Torino, a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, fino al 2 febbraio 2025.
Italiana emigrata oltreoceano in cerca di fortuna, grazie a una bellezza non convenzionale, Modotti diventa star del cinema muto, poi pittrice e fotografa. Donna di grande intelligenza, vive con intensità i pochi anni che la vita le concede. Ama, conosce il dolore della perdita prima del marito e poi del compagno del cui omicidio viene persino sospettata. Attivista politica, ha un occhio attento all’umanità, che ritrae nelle sue foto, durante gli anni di attività in Messico. Un’esistenza piena, in cui sperimenta ciò che molti possono solo immaginare; viaggia tra Europa, America e Russia, parla sei lingue, studia, si informa, frequenta artisti e politici. Una donna che scardina le convenzioni, seppur nata a fine ottocento, la sua vita è un inno all’indipendenza.
Se penso ai miei bisnonni, di poco più giovani della fotografa, rivedo nonna Anita moglie devota e sempre un passo indietro rispetto al suo Torneo. Posso quindi solo immaginare la ferocia delle critiche a cui, una donna che sovvertiva pesantemente i ruoli, sia stata esposta. E il coraggio necessario per vivere una vita libera, indipendente e piena, nonostante tutto. E se oggi noi donne possiamo scegliere quale ruolo ricoprire nella società lo dobbiamo a Tina Modotti e a tutte le altre come lei. A loro rivolgo un pensiero riconoscente, consapevole di tradirle ogni volta che abbozzo un sorriso imbarazzato di fronte a una battuta sessista, a un complimento non gradito o al famigerato mansplaining.
La conferenza si è conclusa con l’emozionante il dialogo tra il giornalista e l’attrice Betta Cucci che hanno animato l’intervista impossibile immaginata da Smargiassi nel suo libro “Voglio proprio vedere’. La bellissima voce dell’attrice ha dato anima al viso triste della Modotti, ritratto in una foto dedicata alla amata mamma. E proprio questa dedica rende evidente che una donna indipendente non diverge in nulla, se non nel carattere, da chi ha accettato il proprio destino. Ho un ricordo tenerissimo della bisnonna, che sapeva sempre di pulito, elegante nel suo vestito scuro e con il concio di capelli candidi a incorniciarle il viso, seduta sulla sedia in cucina, mentre raccontava i rimedi per i reumatismi di cui soffriva. Quando è mancata avevo pochi anni, ma ho memoria di quante persone allora abbiano raccontato che anima bella fosse. E mi chiedo se, al di là delle facili battute sui costumi non consoni al perbenismo di metà novecento, anche di Modotti si sia decantata la bellezza d’animo, perché solo chi ha un grande spirito può decidere di mettersi in gioco per sostenere un ideale.
Lasciando a noi la preziosa testimonianza che non dobbiamo perdere, tenuta viva da appuntamenti come questi.

Nonna Anita e Modotti: due donne coraggiose in modo diverso. Entrambe hanno lottato per la libertà. Una libertà chiamata amore.
Una libertà chiamata amore è un pensiero che mi piace moltissimo, grazie 💚