Non ricordo quando è stata la prima volta che ho messo in dubbio me stessa, non credendo nelle mie capacità, nella mia tenacia, nella mia forza. Deve essere successo durante l’adolescenza, perché da bambina ero molto sicura di me e del mio cervello. Forse è accaduto quando l’amica del cuore – non ne avevo mai avuta una e neppure ce ne sono state altre, ma la fanciulla in questione mi spiegò che io ero la sua e, di conseguenza, lei la mia – dopo un anno di vita in simbiosi, fatto di bigliettini, segreti condivisi e tutte quelle cose che fanno le Best Friend Forever, all’inizio della seconda media mi liquidò comunicandomi che non ero più io a ricoprire quel ruolo, bensì un’altra compagna di classe. Come dodicenne molto fiduciosa nella bontà del prossimo, non ho mai pensato di mandare cordialmente a quel paese la tipa e la di lei nuova amichetta del cuore, anzi, con l’anima in frantumi ho pianto tutte le mie lacrime, chiedendomi perché fosse accaduto. Ricordo nitidamente lo struggimento e come mi sentissi responsabile dell’accaduto, non all’altezza del suo affetto, quando in realtà e molto più semplicemente, avevamo sensibilità differenti, attribuendo un significato e un peso diversi al concetto di amicizia, forse il suo più spensierato e volubile, considerato che di migliori amiche ne cambiò parecchie, almeno fino a quando non ci siamo perse di vista. Dal mio canto ho a tutt’oggi amiche meravigliose, speciali, molte delle quali da decine di anni, tutte NEL, ma nessuna DEL cuore.
Da questa grande lezione di vita, che avrebbe dovuto rendermi una adulta accorta, in grado di gestire con distacco le relazioni con gli altri, purtroppo non ho appreso un granché. Non so applicare le strategie ai rapporti, pur avendo letto Sun Tzu, divorato “Il libro dei cinque anelli” e altri testi affini, non sono in grado di giocare a scacchi né con gli amici, né più in generale con gli affetti. “Ad azione corrisponde reazione”, mi ha spiegato un’amica che è convinta che all’interno di qualsiasi rapporto ci sia un manipolatore e un manipolato. E, valutato il mio rifiuto d’essere la stratega della relazione, è evidente che sono destinata a subire. Confesso che questa analisi trova numerose conferme nel mio quotidiano, malgrado la mia non più verde età, continuo a stupirmi se qualcuno mi ferisce, evento non sporadico.
Non mi è chiaro quale sia la soluzione a quest’empasse. Sono stanca di sentirmi in difetto con il mondo, ma non ho neppure voglia di diventare una cospiratrice in grado di dosare sapientemente sensi di colpa, lacrime di coccodrillo, capricci o chissà quali altri mezzi per essere la parte forte di un rapporto. Non ho voglia di costringere qualcuno a portarmi rispetto, a dare reciprocità e questo in ogni tipo di relazione, persino professionale. Sono così: diretta, lineare, incapace di fingere e non sono in grado di essere più contorta e sofisticata. Un grave limite a leggere “L’arte della guerra”, perché “coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie, non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione.” Con l’aggravante che, pur con piena consapevolezza su danni e vantaggi, continuo a sperare che l’unica strategia vincente si basi sul rispetto e sulla complicità.