Se dovessi attribuire un odore ai giorni della settimana, la domenica profumerebbe di vaniglia. Nei giorni di festa, quando non ci sono altre incombenze, mi piace prendere la vecchia agenda su cui, sin da ragazzina, ho trascritto le ricette, che negli anni più mi sono piaciute e ho voluto fare mie, e dedicarmi ai fornelli. Anche se non sono una cuoca provetta, mi rasserena mettere tutti gli ingredienti sul tavolo della cucina e seguire le istruzioni per preparare la pietanza scelta.
Spesso sono dolci. Dalla crema per la zuppa inglese alla torta di riso, nella casa silenziosa, sotto lo sguardo vigile della gatta che si accomoda sulla sedia per non perdere alcun movimento compiuto, mi ritrovo a mettere in campo gli stessi gesti visti fare dalla nonna materna e da mia madre per tanti anni, perché la domenica richiedeva sempre qualche piatto speciale, fosse anche un ciambellone con le pepite di cioccolato fondente sminuzzato grossolanamente col coltello dal manico di legno consunto, dal profumatissimo blocco che per mesi si riduceva, dolce dopo dolce, ma che era rigidamente precluso all’assaggio. Tanto che, ancora oggi, la tavoletta di fondente acquistata come ingrediente per i dolci, esce indenne dai giorni no, in cui c’è bisogno di fare il pieno di glicemia.
Dopo tanti anni che la nonna non c’è più, mentre sfumano i ricordi, ci sono immagini vividissime, la preparazione “dell’ovino di crema” è uno di questi. Sarà la sindrome di Proust, ma preparare i cibi che hanno caratterizzato i bei momenti della vita dà gioia. E mi rammarico di non saper fare la sfoglia come faceva la nonna, che, per ferragosto, sfidava il solleone e preparava i tortelli verdi, ripieni di ricotta e spinaci, affogati nel ragù. Sento ancora ancora la temperatura irrespirabile della cucina, sul fornello il pentolone in cui lessava gli spinaci per l’impasto e per la sfoglia. E nonostante non mangi carne ormai da vent’anni, quel primo rimane nella memoria come il miglior cibo mai assaggiato, secondo solo agli gnocchi di patate che sempre la nonna Irma preparava, scegliendo con estrema cura le patate, non tutte adatte allo scopo.
Non so se infornare la torta di riso e ritrovarmi addosso l’aroma della vaniglia sia un tentativo per tornare bambina, per sentire di nuovo che le vita può essere semplice o magari è il mio modo per prendermi cura di chi ho vicino, offrendo una fetta di dolce che è più di un insieme di ingredienti, ma è un concentrato di emozioni che pur avendo radici lontane si rinnovano negli atti appresi guardando chi mi ha preceduto e di cui, anche involontariamente ma sicuramente con orgoglio, perpetuo il ricordo.
Certo è che a volte sento il bisogno di accendere il forno e cercare di evocare l’odore di buono, di quel giorno in cui a tavola si mangiava tutti assieme, lentamente, gustando qualcosa che era molto più importante del cibo.